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OBBLIGO DI COMUNICAZIONE EX ART. 36 BIS D.P.R. 600/1973

Comm. Trib. Provinciale di Roma – sentenza n° 247/32/2013

L’iscrizione a ruolo delle imposte dichiarate dal contribuente ma non versate è automatica e diretta e non richiede una previa comunicazione al contribuente. Difatti, l’art. 36 bis del D.P.R. 600/1973 stabilisce che la comunicazione deve pervenire al contribuente, a séguito dei controlli automatizzati, quando “emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione ovvero emerge un’imposta o una maggiore imposta”. I casi indicati si riferiscono all’espletamento da parte dell’Ufficio di una attività di accertamento sia pure peculiare, mediante il controllo della dichiarazione con utilizzo di procedure informatiche. Invece, nel caso di cui al 2 comma lett. f) dell’art. 36 bis, in cui é previsto un mero controllo della tempestività e rispondenza con la dichiarazione dei versamenti effettuati delle imposte, é configurabile solo una funzione esattiva per la quale non appare esigibile alcuna comunicazione precedente l’automatica iscrizione a ruolo delle somme dichiarate ma non versate.

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UTILI PRO QUOTA AI SOCI

Comm. Trib Regionale di Roma – sentenza n°309/29/2013

 

Nel caso di società a ristretta base societaria, in sede di accertamento di utili non contabilizzati, relativamente alle imposte sui redditi, si ritiene applicabile la presunzione di attribuzione pro quota ai soci, salva la prova contraria, come da prassi consolidata, sulla quale concorda anche la Suprema Corte di Cassazione. Tutto ciò corrisponde ad uno schema logico-giuridico, corrispondente all’art.38 comma 3 del D.P.R. n. 600 del 1973, che fa presumere ragionevolmente che, ove non venga dimostrato che gli utili sono rimasti nel patrimonio della società , essi siano affluiti nella disponibilità dei singoli soci.

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SOTTOSCRIZIONE DEL RUOLO: LA MANCANZA DETERMINA L’ILLEGITTIMITA’ DEL PROVVEDIMENTO

Riferimenti:

– art. 12, comma 4, del D.P.R. n°602 del 1973;

Commissione Tributaria Regionale Aquila- Sez. dist. di Pescara, sentenza n° 1296/6/2014;

– Commissione Tributaria Provinciale di Campobasso, sentenza n° 784/3/2015;

– Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone, sentenza n°654/2/2015

 

Un aspetto di estrema importanza, ampiamente dibattuto tra gli operatori del settore, riguarda la sottoscrizione del ruolo emesso da parte dell’Ente impositore.

Capita spesso, infatti, di ricevere degli atti da Equitalia S.p.a., come ad esempio una cartella di pagamento, un’intimazione, un fermo amministrativo o un’ipoteca, senza tuttavia avere alcuna certezza in merito al fatto che le somme richieste dall’Ente impositore siano state effettivamente iscritte a ruolo nel rispetto della normativa vigente in materia, in particolare per quanto concerne la sottoscrizione del ruolo stesso.

L’art. 12, comma 4, del D.P.R. n°602 del 1973 prescrive che ” il ruolo è sottoscritto, anche mediante firma elettronica dal titolare dell’Ufficio o da un suo delegato. Con la sottoscrizione il ruolo diviene esecutivo”. Da ciò ne consegue che il contribuente, in sede di opposizione ad atto notificato dall’Agente per la Riscossione, potrebbe ben eccepire in sede giudiziale la corretta sottoscrizione del ruolo e lasciare che sia poi l’Equitalia S.p.a. a fornire la prova che sia stato sottoscritto dal titolare dell’ufficio o da un suo delegato; in mancanza di ciò il Giudice tributario dovrebbe dichiarare l’illegittimità del provvedimento impugnato.

E’ evidente, inoltre, che il contribuente potrà tirare in ballo, qualora l’ente impositore è l’Agenzia delle Entrate, anche gli effetti della sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale poiché, in questo caso, non sarebbe sufficiente la sottoscrizione del ruolo da parte del titolare dell’Ufficio ma quest’ultimo dovrà essere in possesso di un legittimo incarico di dirigenza.

Entrambe le questione sono state oggetto di alcune recentissime pronunce da parte della Commissioni di merito che ritengo opportuno citare.

Il primo interessante pronunciamento è quello della Commissione Tributaria Regionale Aquila – Sez. distaccata di Pescara – che con la sentenza n° 1296/6/2014 ha disposto “l’assenza di dimostrazione della corretta sottoscrizione del ruolo e, quindi della relativa esecutorietà non può che comportare la nullità della cartella impugnata se si considera che un recentissimo arresto della Suprema Corte ha cassato la decisione del Giudice di merito in un caso del tutto analogo a quello di specie, dove era stata affermata la regolarità formale del difetto di sottoscrizione sulla base del fatto notorio, statuendo che “Alla stregua di tali principi non rientra nella categoria del fatto notorio la sottoscrizione degli atti impositivi (nella specie di ruolo e la cartella esattoriale relativi ad IVA ed IRPEF), qualora il contribuente eccepisca il difetto di rappresentanza sostanziale, non essendo sufficiente ai fini predetti, la verifica di tali requisiti degli atti, da parte del giudice decidente, in sede di esame di altro ricorso” (Cass. Civ. sez. VI – V ordinanza n. 2808 del 6.2.2013). La necessità della sottoscrizione del ruolo, quantomeno telematico è stata ribadita anche CTR della Campania con sentenza n. 412 del 25.1.2011 nella parte in cui ha affermato: “Particolare rilevanza assume la sottoscrizione del ruolo da parte del titolare dell’Ufficio o di un delegato in quanto l’art. 12, IV comma del D.P.R. n. 602/73 stabilisce che con la sottoscrizione il ruolo diviene esecutivo (…) a riguardo si rileva che la giurisprudenza in più occasioni si è espressa circa l’obbligo a pena di decadenza, della sottoscrizione del ruolo, ed in particolare si citano le sentenze nn. 7093/2003 e 7439/2003 della Sezione V della Corte di Cassazione”.

Recentissimo, poi, è il pronunciamento della Commissione Tributaria Provinciale di Campobasso, sentenza n° 784/3/2015 che ha ritenuto che tutti gli atti delle Agenzie fiscali aventi rilevanza esterna, e quindi non solo gli avvisi di accertamento, devono essere adottati e firmati dal direttore dell’Agenzia che, in quanto preposto a ufficio di livello dirigenziale, deve essere un dirigente. Se, dunque, in giudizio non è stata fornita la prova che chi ha sottoscritto il ruolo era un legittimo funzionario dell’Agenzia delle Entrate anche la successiva cartella esattoriale deve essere dichiarata illegittima.

Dello stesso avviso è la Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone che con la sentenza n°654/2/2015 ha dichiarato l’illegittima di una cartella di pagamento notificata al contribuente poiché “Nel caso in esame la onerata Equitalia Sud S.p.A. non ha fornito nel processo le relative cartelle dalle quali si potesse evincere chi ha reso esecutivo e in quale data è stato reso esecutivo il ruolo. La cartella, infatti, non è altro che l’atto con cui l’agente della riscossione notifica al debitore il ruolo, formato dall’ente creditore, di modo che un eventuale vizio del ruolo risulta invalidante per la cartella stessa e per tutti gli atti conseguenziali”.

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OK DELLA CASSAZIONE ALL’OPPOSIZIONE DEL RUOLO

cassazione

Riferimenti:

– Corte di Cassazione, Sezione Unite, sentenza n°19704/2015;

– differenza tra ruolo ed estratto di ruolo;

– termini per proporre opposizione all’iscrizione a ruolo.

 

Spesso mi capita di assistere dei contribuenti che sono venuti a conoscenza di un iscrizione a ruolo nei propri confronti tramite una verifica presso gli sportelli di Equitalia, portandomi l’estratto di ruolo rilasciato dall’Ufficio.

La domanda è, per lo più, la medesima: “si può fare qualcosa, visto che non ho mai ricevuto la cartella di pagamento?”

A questa domanda fino a oggi la risposta risultava incerta poiché molte Commissioni Tributarie dichiaravano, finanche, inammissibile il ricorso proposto dal contribuente avverso il ruolo di cui quest’ultimo era venuto a conoscenza tramite l’estratto rilasciato da Equitalia.

Da oggi però, la risposta sarà ben diversa, poiché la Corte di Cassazione a Sezione Unite con la sentenza n°19704/2015, ha finalmente riconosciuto la possibilità al contribuente di proporre opposizione avverso detta iscrizione a ruolo quando il contribuente lamenti in giudizio la mancata notifica della cartella di pagamento.

In questi casi consiglio vivamente di farsi rilasciare da Equitalia non solo l’estratto di ruolo, ove è indicata la presunta pretesa impositiva e il numero d’iscrizione a ruolo delle somme inevase, ma anche la relazione di notificazione dell’atto (cartella di pagamento) che l’Agente della riscossione sostiene di aver regolarmente notificato al contribuente. Solo da un attento esame di detta relazione di notifica si potrà valutare la possibilità di ricorrere in sede giudiziaria!

Ad ogni modo, gli Ermellini, preliminarmente, hanno voluto fare un’importante precisazione circa la differenza che intercorre tecnicamente tra ruolo ed estratto di ruolo, quest’ultimo rilasciato dagli Uffici di Equitalia; precisazione che è bene tenere a mente al fine di non incorrere in errori in sede giudiziaria.

  1. a) Il ruolo è l’elenco dei debitori e delle somme da essi dovute formato dall’ufficio ai fini della riscossione a mezzo del concessionario e pertanto nei ruoli sono iscritte le imposte, le sanzioni e gli interessi. Il ruolo è un atto che deve essere notificato e la sua notificazione coincide con la notificazione della cartella di pagamento; è pertanto un atto impugnabile;
  2. b) l’estratto di ruolo, invece, non è un atto impugnabile poiché è solo un elaborato informatico dell’esattore sostanzialmente contenente gli elementi della cartella, quindi anche gli “elementi” del ruolo afferente quella cartella (il C.d.S., peraltro, ha affermato l’inidoneità del suo rilascio ad ottemperare all’obbligo di ostensione all’interessato che ne abbia fatto legittima e motivata richiesta, della copia degli originali della cartella, della sua notificazione e degli atti prodromici). Trattasi di atto interno dell’Agente della Riscossione.

In definitiva, secondo la Corte di Cassazione con la sentenza in esame, sebbene sia escluso al contribuente potersi opporre “all’estratto di ruolo”, egli può, al contrario, impugnare il “contenuto” del documento stesso, ossia gli atti che nell’estratto di ruolo sono indicati e riportati.

Termini per impugnare: gli Ermellini riconoscendo la possibilità di impugnare il ruolo (si badi bene, la Cassazione parla di “ruolo” e non dell’estratto di ruolo) solo quando si lamenti la mancata notifica dell’atto precedente, stabiliscono inoltre che il termine per proporre ricorso decorre dalla conoscenza dell’iscrizione a ruolo che concretamente avviene con la presa visione dell’estratto di ruolo che è rilasciato dai preposti uffici di Equitalia S.p.a..

Si consigliano prudenza e un attento esame della documentazione, quale l’estratto di ruolo e la relazione della notifica della cartella di pagamento che si ritiene non sia stata notificata!

Avv. Alessandro Sgrò

 

Scarica la sentenza (Cass. Sez. Unite n°19704 del 2015)

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ACCERTAMENTI ALBERGHI E RISTORANTI

Negli ultimi anni si è assistito a un notevole incremento di accertamenti posti in essere dall’Agenzia delle Entrate, volti a ricostruire i ricavi delle attività alberghiere e di ristorazione in base al consumo di acqua minerale, all’utilizzo di tovaglioli o di lenzuola da parte dei clienti. Detto tipo di accertamento tecnicamente viene definito analitico-induttivo e sostanzialmente consiste nel contestare al contribuente dei maggiori ricavi rispetto a quelli dichiarati, non solo sulla base di prove dirette (fatture e altri documenti), ma anche, e spesso, sulla base di presunzioni qualificate, ovvero gravi, precise e concordanti.

Orbene, il fondamento normativo da cui trae origine detta attività di accertamento è da individuarsi nell’art. 39, comma 1, lett. d) del D.P.R. 600/1973, che dispone: “l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”.

Dunque, se l’attività presuntiva dell’Amministrazione Finanziaria è normativamente prevista dobbiamo tuttavia sincerarci, mediante una breve analisi della giurisprudenza di merito e di legittimità, entro quali limiti è ammesso l’utilizzo, nei casi sopra individuati, dell’accertamento analitico-induttivo.

In materia di ristorazione spesso si prende a riferimento il numero dei tovaglioli lavati ricavando da questi il numero dei pasti realmente consumati dai clienti. Pertanto, se da una verifica risultasse che il numero dei tovaglioli fosse notevolmente maggiore dei pasti consumati dagli avventori, l’Agenzia potrebbe procedere alla contestazione dei presunti maggiori ricavi e recta via alla rideterminazione del reddito d’impresa

E’ bene precisare che detta ricostruzione induttiva dei ricavi deve tenere conto anche di ulteriori utilizzi, come ad esempio i tovaglioli impiegati in cucina, quelli utilizzati dai camerieri e quelli riservati in genere all’autoconsumo. Difatti, una recente pronuncia della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, sentenza n°58/5/2013, ha ritenuto illegittima l’attività accertatrice dell’Ufficio sull’assunto che quest’ultimo“ha considerato 21.200 tovaglioli per i coperti con un abbattimento del 25%. senza considerare il notevole uso dei tovaglioli in cucina come strofinacci e in sala per portare il vino, per coprire i cestini del pane, per i tavoli a buffet, per i tavoli per gli aperitivi, per i tavoli del coffee break, ecc. e per i pasti somministrati ai dipendenti e collaboratori e per l’autoconsumo” e inoltre “non ha considerato la capienza dei locali, i giorni di apertura e i turni di servizio”.

Cosa dire invece dell’accertamento basato sul numero di bottiglie d’acqua consumate dai clienti?

In questo caso la Corte di Cassazione con sentenza n°17408/2010, ha dichiarato la legittimità dell’operato dell’Ufficio poichè la quantità di acqua minerale consumata nell’attività di ristorazione era notevolmente eccedente da quella che può essere consumata dai singoli avventori secondo il numero dei pasti dichiarati dal titolare del ristorante. Ciò nonostante, la Corte ha voluto comunque precisare che “la flessibilità degli strumenti presuntivi trova origine e fondamento proprio nell’art. 53 Cost., non potendosi ammettere che il reddito venga determinato in maniera automatica, a prescindere da quella che è la capacità contributiva del soggetto sottoposto a verifica. Ogni sforzo, quindi, va compiuto per individuare la reale capacità contributiva del soggetto, pur tenendo presente l’importantissimo ausilio che può derivare dagli strumenti presuntivi, che non possono però avere effetti automatici, che sarebbero contrastanti con il dettato costituzionale, ma che richiedono un confronto con la situazione concreta (confronto che può essere anche vincente per gli strumenti presuntivi allorchè i dati forniti dal contribuente risultino inattendibili).”

Diversa e più complessa è la questione dell’accertamento c.d. lenzuolometrico, cioè basato sul numero di lenzuola lavate dalla struttura ricettiva.

Con la sentenza n°12/12/2013, la Commissione Tributaria Regionale della Liguria, ha dichiarato l’illegittimità dell’accertamento basato sul numero di lavaggi delle lenzuola poiché “l’accertamento doveva tener in maggior conto quanto rilevabile dalle fatture attive e dalle ricevute fiscali, dalle quali risultava l’utilizzo di camere matrimoniali anche da parte di persone singole, che i bambini al seguito dei genitori non pagavano la tariffa piena e che nel periodo invernale le tariffe applicate erano più basse, rispetto alle tariffe minime indicate nello studio di settore. Tali elementi hanno determinato una riduzione dei ricavi” inoltre, prosegue la Commissione “sulla bassa redditività dell’esercizio ha inciso anche l’elevato importo del canone di locazione che ammontava a Euro. *** più aggiornamento annuale ISTAT, come rilevabile dal contratto di locazione in atti ed inoltre sono state sostenute spese di ristrutturazione dell’albergo per Euro. ***;

Concludendo, le presunzioni reperite nel corso di attività ispettive per avere una certa attendibilità devono essere adeguate alla natura del soggetto interessato, alla specifica attività svolta e alle sue dimensioni. Va comunque precisato che l’attività di accertamento degli uffici finanziari deve svolgersi nel rispetto delle cautele previste anche dallo Statuto del Contribuente per evitare arbitrii e la violazione dei fondamentali diritti del contribuente.

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DELEGA DI FIRMA DEGLI ATTI TRIBUTARI

Riferimenti:

– art. 42 del D.P.R. n°600/1973;

– Corte di Cassazione, sentenza n°18758/2014;

– Corte di Cassazione, sentenza n°14942 /2013;

– Commissione Tributaria Provinciale di Enna, sentenza n°1076/3/2014.

 

Capita spesso che il contribuente si vede notificare dall’Agenzia delle Entrate un avviso di accertamento sottoscritto dal “Capo Team” o dal “Capo Area” su delega del Direttore Provinciale.

Nulla di strano. Difatti, ai sensi dell’art. 42 del D.P.R. n°600/1973, gli accertamenti in rettifica e d’ufficio sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato alla carriera direttiva da lui delegato. Detta norma, inoltre, prevede che “L’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione” .

In sostanza, dal quadro normativo suindicato, si può affermare che l’avviso di accertamento, a pena di nullità, dev’essere sottoscritto dal Direttore Provinciale responsabile della Direzione Provinciale che ha emesso l’atto. Questi, tuttavia, ha facoltà di delegare la sottoscrizione ad altro impiegato alla carriera direttiva.

Ebbene, cosa accade se in sede giudiziale il ricorrente, in presenza di un atto sottoscritto dal Capo Team o Capo Area, eccepisca di non essere in grado di verificare se effettivamente il Direttore Provinciale abbia conferito loro valida delega e se quest’ultimi siano realmente impiegati alla carriera direttiva così come prescritto, a pena di nullità, dalla vigente normativa in materia?

La risposta ci è offerta dalla Corte di Cassazione con la sentenza n°14942 del 14 giugno 2013: in caso di contestazione, incombe all’Agenzia delle Entrate l’onere di dimostrare il corretto esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza di eventuale delega, trattandosi di un documento, se esistente, già in possesso dell’amministrazione finanziaria, mentre la distribuzione dell’onere della prova non può subire eccezioni. Pertanto, non è consentito al giudice tributario attivare d’ufficio poteri istruttori, in ragione del fatto che non sussiste l’impossibilità di una delle parti di acquisire i documenti in possesso dell’altra, mentre le parti possono sempre produrre, anche in appello, nuovi documenti nel rispetto del contraddittorio”

A tale, oramai, consolidato orientamento ha dato ulteriore continuità la sentenza n°18758/2014, sempre della Suprema Corte, ribadendo che, “L’avviso di accertamento è nullo, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, se non reca la sottoscrizione del capo dell’ufficio o di altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato. Se la sottoscrizione non è quella del capo dell’ufficio titolare ma di un funzionario, quale il direttore tributario, di nona qualifica funzionale, incombe all’Amministrazione dimostrare, in caso di contestazione, il corretto esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare dell’ufficio, poichè il solo possesso della qualifica non abilita il direttore tributario alla sottoscrizione, dovendo il potere di organizzazione essere in concreto riferibile al capo dell’ufficio”

Infine, sul punto, merita di essere citata la recente pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale di Enna (sent. n°1076/3/2014) che ha annullato un avviso di accertamento emesso dal Fisco sull’assunto che l’Agenzia delle Entrate in sede contenziosa, in presenza di specifica eccezione di parte, non ha prodotto la delega conferita al Capo Team con attestazione del valore della controversia entro i cui limiti tale delega poteva essere esercitata e con indicazione dei funzionari delegati aventi la necessaria qualifica.

Avv. Alessandro Sgrò

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IMPOSTA DI SOGGIORNO

Nessuna sanzione amministrativa potrà essere

 comminata al gestore della struttura ricettiva se l’ospite non intende versare l’imposta di soggiorno.

 

Con sentenza n. 653/2012, il Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto, pur riconoscendo la legittimità dell’imposta di soggiorno introdotta dal Comune di Padova volta a finanziare gli interventi in materia di turismo nonché per la manutenzione dei beni comunali, ha dichiarato l’illegittimità del Regolamento nella parte in cui è prevista la responsabilità amministrativa del gestore della struttura ricettiva in caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’ospite.

In sostanza il TAR del Veneto ritiene, correttamente, che il gestore della struttura ricettiva non può essere considerato dal Comune come soggetto passivo né tatomeno come sostituto d’imposta e, dunque, nel caso di mancato pagamento potrà essere sanzionato amministrativamente solo ed esclusivamente l’ospite “evasore”.  Difatti il gestore non riscuote il tributo per un interesse proprio, connesso a un possibile guadagno ricavabile dall`attività di riscossione,  ma opera soltanto come titolare della struttura senza poterne ricavare un beneficio economico. Dunque il regolamento sull’imposta di soggiorno deve essere interpretato nel senso che la sanzione per omesso versamento dell`imposta colpisce il “vero” soggetto passivo, cioè chi pernotta nell`albergo e non invece chi lo gestisce.

Per quanto invece riguarda gli ospiti che alloggiano in strutture ricettive per motivi di lavoro il Tribunale ha valutato legittima l’imposizione sull’assunto che il gettito “è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”, pertanto ne consegue, sempre a giudizio del Tribunale, che anche coloro che soggiornano in strutture ricettive per motivi di lavoro usufruiscono dei vantaggi connessi agli interventi finanziati con l’imposta “in quanto tali interventi non hanno ad oggetto il turismo in senso stretto, ma più in generale la fruizione della città.”

Da quanto sopra, riteniamo, che le conclusioni a cui è giunto il TAR Veneto, anche sulla scia di alcune precedenti pronunce da parte dei tribunali amministrativi regionali, si possano estendere a tutti i Comuni ove è stata introdotta l’imposta di soggiorno. In particolare possiamo concludere che nessuna responsabilità può essere attribuita al gestore della struttura ricettiva in caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’ospite, difatti gli importi eventualmente dovuti ma non corrisposti dai fruitori dei servizi ricettivi dovranno essere recuperati dal Comune nei confronti dei soggetti passivi sulla base delle dichiarazioni che i gestori della struttura ricettiva trasmetteranno nei modi e nelle forme previste da ogni singolo regolamento comunale.

 

Riferimenti giurisprudenziali:

T.A.R. Toscana,  sentenza n. 1808/2011;

T.A.R. Veneto, sentenza n. 653/2012;

T.A.R. Puglia, sentenza n. 748/2012.

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TARIFFA RIFIUTI ALBERGHI

Riferimenti:

art. 68 del D.Lgs. n°507 del 1993;

art. 69 del D.Lgs. n°507 del 1993;

Comm. Trib. Prov. di Lecce, sent. nn°329/2/2013, 331/2/2013, 336/2/2013, 353/2/2013;

Comm. Trib. Reg. per la Puglia – sez. Staccata di Lecce, sent. n°170/22/2014.

 

Per comprendere meglio la disputa che vede impegnati molti gestori di attività ricettive avverso le  amministrazioni locali che, in contrasto alla normativa statale ed europea, applicano alle strutture ricettive delle tariffe che non tengono per nulla conto della reale capacità produttiva di rifiuti delle camere destinate all’ospitalità ricettiva, dobbiamo necessariamente partire dal dato normativo per poi soffermarci sulla recente giurisprudenza e, infine, trarne le debite considerazioni.

 Orbene, l’art. 68 del D.Lgs. n°507 del 1993 stabilisce che i Comuni, per l’applicazione della tariffa rifiuti, devono adottare apposito regolamento contenente la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie di locali e aree con omogenee potenzialità di rifiuti tassabili con la stessa misura tariffaria. Con il comma 2 del suddetto articolo, il legislatore ha voluto intendere che l’articolazione delle categorie e delle eventuali sottocategorie è effettuata, ai fini della determinazione comparativa delle tariffe, tenendo conto di alcuni gruppi di attività o di utilizzazione, specificando alla lettera c, che sono compresi in una unica categoria i locali e aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri.

L’art. 69 del citato D.Lgs. n°507 del 1993 dispone, inoltre, che i Comuni devono deliberare in base alla classificazione e ai criteri di graduatorie contenuti nel regolamento, le tariffe per unità di superficie dei locali ed aree compresi nelle singole categorie o sottocategorie da applicarsi nell’anno successivo. La deliberazione, deve indicare le ragioni dei rapporti stabiliti tra le tariffe, i dati consuntivi e previsionali relativi ai costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica, nonché i dati e le circostanze che ne hanno determinato l’aumento per la copertura minima obbligatoria del costo.

Dal quadro normativo di cui sopra emerge con solare evidenza che i singoli Comuni nel regolamento applicativo della tariffa rifiuti devono obbligatoriamente indicare le ragioni di fatto e l’iter logico giuridico che li ha indotti a individuare delle tariffe differenti per le aree con omogenea potenzialità di produrre rifiuti. Ciò però, lo sappiamo bene, viene solitamente disatteso dalle amministrazioni locali che in sede regolamentare omettono di indicare le ragioni dei rapporti stabiliti tra le tariffe e i dati relativi ai costi del servizio.

Proprio in virtù di detta condotta omissiva che la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce con le  sentenze nn° 329/2/2013, 331/2/2013, 336/2/2013, 353/2/2013 ha dichiarato l’illegittimità della tariffa rifiuti applicata agli alberghi e campeggi  ritenendo irragionevole “che un nucleo familiare in vacanza produca maggiori rifiuti di quelli prodotti ordinariamente nella propria abitazione, a differenza delle altre superfici aperte al pubblico alle quali hanno libero accesso numerose persone e quindi hanno una potenzialità di creare maggiori rifiuti”.

La Commissione, prosegue richiamando alcune importanti pronunce della stessa Commissione Provinciale di Lecce (sentenze nn°612 – 614/09/08 del 18.11.2008, 629/02/10 del 03.11.2010, 294 – 295 /02/11 del 10.5.2011; 536/02/11 del 12.07.2011), in cui i giudici hanno ritenuto nel caso di attività alberghiere e/o altre strutture ricettive, sussistere al loro interno aree aventi una diversa potenzialità produttiva di rifiuti: maggiore per le aree destinate a ristorazione, sale da ballo e superfici comuni aperte al pubblico, minore per le aree destinate alle unità abitative.

Tale orientamento  è stato di recente confermato anche dalla Commissione Tributaria Regionale per la Puglia – sez. Staccata di Lecce – con le sentenze nn° 71, 72 e 73 del 04.06.2012 e dalla più recente sentenza n°170/22/2014.

Detto ultimo profilo, analizzato con attenzione dalle Commissioni di merito, sembra invece sia stato totalmente trascurato da alcune recenti pronunce della Corte di Cassazione (si veda la sentenza n°12859/2012) e, in ultimo ,dal TAR della Toscana (sentenza n° 627/2014), che  rifugiandosi sul dato della “comune esperienza” ritengono la legittimità di una tassazione più elevata per le attività ricettive a causa della maggiore produttività di rifiuti di un albergo rispetto a una civile abitazione.

Difatti, dette pronunce hanno un unico comune denominatore: non fanno alcuna distinzione ai fini della tariffa rifiuti, tra esercizi con servizio di ristorazione e quelli privi di tale servizio e non si pongono neppure il problema di una reale distinzione delle aree utilizzate per il solo pernottamento da quelle, invece, riservate alla consumazione dei pasti.

 In altri termini, se può considerarsi giustificato (ma non lo è, come diremo in seguito) un regime di tassazione più elevato per le attività ricettive con servizio di ristorazione, in considerazione del fatto che l’esercizio di un’attività di questo tipo, che può essere svolta anche a persone che non pernottano può determinare una produzione quantitativamente e qualitativamente significativa di rifiuti, altrettanto non può dirsi per tutte le attività prive del servizio di ristorazione.

Non si comprende, infatti, perché un albergo che non eroga servizi di ristorazione e che, quindi, manifesta una capacità di produrre rifiuti pari o, addirittura, inferiore a quella delle abitazioni private (assenza di rifiuti organici), debba essere assoggettato a un regime di tassazione di gran lunga più elevato (a volte più del triplo!) rispetto a quello previsto per le abitazioni private.

Ma vi è di più: nelle strutture ricettive (alberghiere ed extralberghiere) che garantiscono anche un servizio di ristorazione è ragionevole che la tariffa rifiuti debba essere applicata differenziando le aree che per loro natura sono suscettibili di produrre rifiuti in misura pari a quelle delle civili abitazioni (camere, corridoi, disimpegni, ripostigli, balconi e terrazze ecc.), applicando per queste aree la tariffa più mite prevista per le abitazioni, dalle aree invece destinate a produrre maggiori rifiuti (ristorante, bar, sala colazione, cucina ecc.).

E’, dunque proprio sulla diversificazione delle aree a seconda della loro destinazione che si pone il problema circa la legittimità della tariffa concretamente applicata.

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LA NOTIFICA ALLA COINQUILINA NON E’ VALIDA

 

Con l’ordinanza n°2705/2014, la Corte di Cassazione, sulla scia di un orientamento ormai consolidato,  ha ribadito che la consegna di  un avviso di accertamento a persona che, pur coabitando con il destinatario, non sia a lui legata da un rapporto di parentela o non sia addetta alla casa non è assistita dalla presunzione di consegna e, dunque, non realizza la fattispecie notificatoria, con la conseguente nullità della notifica (su tutte Cass. n. 13625 del 2004).

Nel caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte risultava che la notifica dell’atto precedente alla cartella di pagamento era stata effettuata dall’Agenzia delle Entrate a “persona che vive in casa” senza, tuttavia, avvisare l’effettivo destinatario con lettera raccomandata di detta avvenuta consegna a mani della coinquilina, come prescritto dall’art. 139 c.p.c.. A nulla è valso sostenere da parte dell’Agenzia che la coinquilina, a cui era stato consegnato l’atto prodromico, dev’essere considerata a tutti gli effetti di legge quale “persona addetta alla casa”.

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NOVITA’ SUI PIANI DI RATEAZIONE CON EQUITALIA

 

equitalia

 

Con la risoluzione n°32/E del 19 marzo 2014, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che la norma introdotta con il Decreto del Fare, secondo la quale il piano di rateazione concordato con Equitalia decade in caso di mancato pagamento di 8 rate anche non consecutive, dovrà essere applicata anche per tutti coloro che al 22 giugno 2013, data di entrata in vigore del c.d. Decreto Fare, avevano già in corso un piano di rateazione con Equitalia.

In sostanza, l’Agenzia delle Entrate ha voluto riconoscere che, così com’è possibile accordare una dilazione fino a 120 rate per coloro che, prima dell’entrata in vigore del Decreto del Fare, avevano ottenuto una dilazione a 72 rate, dev’essere parimenti riconosciuto il diritto al contribuente di avvalersi della norma che prevede la decadenza dal beneficio della rateazione in caso di mancato versamento di 8 rate consecutive previste nel piano di rientro.

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