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PRESCRIZIONE CONTRIBUTI INPS

Riferimenti:

 – Art. 3, comma 9, della L. n°335/1995;

– art. 2953 c.c.

– Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sent. n°23397/2016;

 -Tribunale Civile di Roma, sez. Lavoro, sent. n°4549/2015;

In quanto tempo si prescrivono i contributi previdenziali INPS?

Dopo la notifica della cartella di pagamento si applica il termine di prescrizione decennale ex art. 2953 del c.c. ovvero il termine di prescrizione quinquennale?

Per rispondere alle domande di cui sopra non si può prescindere dall’esame della normativa che regola la prescrizione dei contributi di previdenza e assistenza sociale.

L’art. 3, comma 9, della L. n°335/1995 prescrive che “Le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate con il decorso dei termini di seguito indicati:

  1. a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarietà previsto dall’articolo 9-bis, comma 2, del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° giugno 1991, n. 166, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dal 1° gennaio 1996 tale termine è ridotto a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;
  2. b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria”.

Dalla norma in commento, dunque, non vi è dubbio che le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono in cinque anni.

Tuttavia, un problema fino a oggi molto dibattuto in sede giudiziaria è stato quello dell’applicabilità o meno della prescrizione decennale di cui all’art. 2953 c.c. alle cartelle di pagamento notificate da Equitalia e non opposte dal contribuente.

La questione però è stata definitivamente risolta dalla Corte di Cassazione, Sezioni Unite, con la sentenza n°23397/2016, la quale ha riconosciuto l’operatività della prescrizione quinquennale di cui all’art.3, comma 9, della L. n°335/1995, anche a seguito della notifica di una cartella di pagamento non opposta. Difatti, la Suprema Corte ha chiarito che l’omessa impugnazione di un provvedimento accertativo o di una cartella di pagamento non può concedere, all’atto in oggetto, di acquistare “efficacia di giudicato”, giacché i citati atti sono “espressione del potere di auto accertamento e di autotutela della P.A.”.

Per tale ragione, l’inutile decorso del termine perentorio per proporre opposizione, non produce effetti di ordine processuale con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 c.c. ai fini della prescrizione.

Nelle fattispecie aventi ad oggetto contributi I.N.P.S., la mancata opposizione alla cartella di pagamento, non converte il termine di prescrizione quinquennale in quello decennale, non potendosi configurare la cartella quale titolo giudiziale definitivo.

Ancor prima della predetta autorevole pronuncia, il Tribunale Civile di Roma, sez. Lavoro, aveva disposto che “la cartella esattoriale non opposta non può assimilarsi a un titolo giudiziale essendo al contrario unilateralmente dallo stesso ente previdenziale, per cui, non può applicarsi al credito ivi contenuto la prescrizione decennale conseguente a una sentenza di condanna passata in giudicato ex art. 2953 c.c.” (Tribunale Civ. Roma, Sez. Lavoro, sent. n°4549/2015)

In sostanza a seguito della recentissima pronuncia del giudice di legittimità è consentito al contribuente cui sia stato notificato un avviso di pagamento da parte di Equitalia oltre il termine quinquennale dalla notifica della precedente cartella esattoriale, di ricorrere in sede giudiziaria al fine di eccepire l’intervenuta prescrizione dei contributi previdenziali e, dunque, pretendere, finanche, la cancellazione dell’iscrizione a ruolo.

Avv. Alessandro Sgrò

AVVISI ICI CASE PER FERIE

 

 

 

Riferimenti:

– art. 7, comma 1, lett. i), D.Lgs. n. 504 del 1992;

Commissione Tributaria Provinciale di Roma (sentenze nn°6257/7/2015, 6258/7/2015 e 6259/7/2015);

Commissione Tributaria Regionale di Roma, sentenza n°273/6/2013.

 

In un recente articolo ho analizzato alcune recenti pronunce emesse dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma in merito al diritto all’esenzione ICI di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), D.Lgs. n. 504 del 1992,  di un ente ecclesiastico che adibisce un proprio immobile in parte a sede della comunità religiosa e in parte a casa per ferie con ospitalità rivolta a particolari categorie di soggetti.

La Commissione Tributaria d’Appello di Roma (sentenze nn° 1267/4/2014 e 287/22/2010), ha dichiarato l’illegittimità di alcuni avvisi di accertamento ICI notificati a un ente ecclesiastico poiché quest’ultimo aveva dimostrato in sede giudiziaria che la casa per ferie, gestita dall’ente nell’immobile oggetto di accertamento, non era rivolta a un pubblico indeterminato ma solo ed esclusivamente per l’accoglienza di studenti universitari lontani dalle proprie residenze e per la sola durata dell’attività didattica, con conseguente esclusione del periodo estivo. Secondo i giudici tributari, può legittimamente ritenersi che l’opera d’accoglienza, gestita al di fuori dei normali canali commerciali, risponda precipuamente a finalità sociali e religiose.

Orbene, lo scenario così come tracciato dalla giurisprudenza di merito sopra richiamata, ha trovato ulteriore conferma in primo grado dalle recentissime tre pronunce emesse dalla Commissione Tributaria Provinciale di Roma (sentenze nn°6257/7/2015, 6258/7/2015 e 6259/7/2015) a favore di altrettanti enti ecclesiastici difesi dallo scrivente studio Sgrò e dall’avv. Greatti.

Con la sentenza n°6257/7/2015 la Commissione Tributaria Provinciale di Roma, ha dichiarato l’illegittimità di ben due avvisi di accertamento ICI per gli anni d’imposta 2008 e 2009, emessi nei confronti di un ente ecclesiastico poiché quest’ultimo, tramite i propri difensori, ha dimostrato in giudizio la sussistenza del requisito oggettivo in capo alla Congregazione ricorrente. Difatti era stata fornita adeguata prova che nell’immobile accertato, ove veniva esercitata attività di casa per ferie, l’ente ecclesiastico accoglieva delle studentesse fuori sede che versavano delle rette molto al di sotto dalle tariffe applicate da altre strutture ricettive presenti sul mercato di Roma.

Dello stesso tenore è la sentenza n° 6258/7/2015, emessa dalla CTP di Roma a favore di altro Ente Ecclesiastico, anch’esso difeso dallo studio legale Sgrò e dal collega Greatti, ove viene riconosciuto il diritto all’esenzione ICI nell’immobile in cui si esercita attività di casa per Ferie ospitante lavoratrici fuori sede sull’assunto che “l’offerta abitativa  non fosse rivolta ad una platea indiscriminata di destinatarie e che il pensionato fosse gestito dal ricorrente con modalità non esclusivamente commerciali, sia per l’esiguo compenso chiesto, sia per i criteri utilizzati per selezionare le potenziali ospiti”.

Infine, si segnala la sentenza n°6259/2015 con cui la CTP di Roma ha dichiarato l’illegittimità di ben tre avvisi di accertamento ICI per gli anni d’imposta 2007/2008/2009 poiché lo studio legale Sgrò e il collega, sono riusciti a dimostrare in sede giudiziaria che l’ente ecclesiastico pur titolare di partita IVA e con un significativo volume d’affari, negli anni interessati dagli avvisi di accertamento impugnati, ha svolto attività ricettiva con modalità tali da escludere la completa equiparabilità alle ordinarie strutture turistiche ricettive presenti nella città di Roma.

Le tre pronunce favorevoli ottenute dallo Studio, a cui si aggiunge la sentenza n°273/6/2013, emessa dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma, sono state il frutto di un accurato esame della vicenda, dal reperimento di copiosa documentazione a sostegno dell’illegittimità degli avvisi notificati e da un efficace strategia difensiva volta non solo a sostenere le ragioni degli enti rappresentati ma anche a contrastare le difese della Pubblica Amministrazione.

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INFORMAZIONI CERVED: IPOTESI D’ILLEGITTIMITA’ DELL’ANNOTAZIONE DEL FALLIMENTO

garante privacy

Riferimenti:

– art.11 del D.Lgs. n°196/2003 (Codice sulla Privacy)

 

Accade spesso che a seguito di un fallimento di una società di capitali, il socio della stessa e/o l’amministratore unico, soltanto per aver ricoperto delle cariche all’interno della società fallita, si vedano rifiutare dei finanziamenti da parte delle banche o altre società finanziarie perché dal “Dossier personale”, estratto dal sistema Cerved, risulta il fallimento della società in cui rivestivano in passato una carica sociale.

E’ evidente che l’associazione dell’informazione a un evento pregiudizievole che non li riguarda direttamente poiché riferibile solo ed esclusivamente alla società fallita, arreca un enorme pregiudizio alla reputazione della persona fisica, giacché il segnalato accostamento è suscettibile di far travisare caratteri e qualità professionali e imprenditoriali dell’interessato, pregiudicandone l’affidabilità commerciale, in ragione di fatti per i quali non risulta provata l’ascrivibilità allo stesso.

La questione dev’essere trattata al cospetto dell’art.11, comma 1, lett. a) e d) del Codice sulla Privacy, che richiede non solo che i dati personali debbano essere trattati in modo lecito e corretto ma anche in modo completo e pertinente e non devono in nessun caso eccedere rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati.

Ora, la Cerved Group S.p.A. (di seguito, “Cerved”), com’è noto, gestisce delle banche dati costituite presso di sé estraendo informazioni da altri archivi (formati da soggetti pubblici e privati) al fine di fornire alla propria clientela (composta per lo più da professionisti e operatori economici, quali banche, finanziarie, imprese e agenzie d’informazioni) servizi aventi contenuto informativo nell’ambito della c.d. business information.

Il novero dei soggetti censiti dalla società è, dunque assai ampio: si tratta di società, imprenditori individuali o persone fisiche, rispetto alle quali vengono fornite informazioni relative a c.d. “cariche/qualifiche gestionali”, partecipazioni societarie, protesti, pregiudizievoli di conservatoria, dai quali si può desumere la loro “affidabilità commerciale” alla luce degli eventi pubblici rilevanti censiti.

I dati, però, contenuti nei dossier che riguardano un determinato soggetto giuridico devono riferirsi direttamente a questi.

Nel perseguimento della propria finalità informativa realizzata rispetto alle persone fisiche (tramite il c.d. “dossier persona”), come più volte ribadito dal Garante della Privacy, è da censurare la condotta del Cerved che nella rappresentazione dei dati personali contenuti nei dossier associa alle informazioni personali relative ai soggetti censiti anche eventi che si riferiscono a terzi presso cui tali soggetti hanno operato o rivestito cariche (ad esempio, nel “dossier persona”, vengono associate informazioni relative a procedure concorsuali delle c.d. “imprese connesse”).

In sostanza il Garante della Privacy, ha ritenuto illegittima l’indicazione nel “dossier persona” del fallimento di società nell’ambito dei prodotti informativi relativi a persone fisiche, poiché non risulta pertinente rispetto alla finalità di fornire informazioni commerciali. Trattasi, a parere del Garante, di un evento (pregiudizievole) accaduto in relazione a terzi (e, in particolare, alla società in cui le persone fisiche avevano operato), rispetto al cui verificarsi l’ordinamento prevede una responsabilità personale in capo ai soggetti che rivestono le qualifiche dagli stessi ricoperte solo in casi residuali e accertabili giudizialmente (cfr. artt. 2462 e 2476 cod. civ.; art. 146 r.d. 16 marzo 1942, n. 267).

La menzionata associazione effettuata da Cerved è suscettibile di mettere in cattiva luce il soggetto cui l’informazione viene a riferirsi: in questi casi l’interessato potrebbe vedere incrinato il proprio diritto meritevole di tutela giuridica, di essere rappresentato nella vita di relazione, con la sua vera identità, così come questa nella realtà sociale, generale e particolare, è conosciuta o poteva essere conosciuta con l’applicazione dei criteri della normale diligenza e della buona fede soggettiva.

Tenuto conto dei molteplici provvedimenti del Garante della Privacy in materia*, possiamo certamente concludere che l’informazione relativa a un evento che ha interessato una società –informazione comunque sempre reperibile, anche attraverso il “dossier impresa” riferito ad essa– non può essere associata direttamente e immediatamente a soggetti che abbiano operato o rivestito cariche in essa, trattandosi, per l’appunto, di entità diverse.

Avv. Alessandro Sgrò

* Per maggiori info sulla procedura di cancellazione al Cerved o per visionare i provvedimenti in materia da parte del Garante della Privacy invia una mail al seguente indirizzo: info@studiolegalesgro.net

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IMPOSTA DI SOGGIORNO

Nessuna sanzione amministrativa potrà essere

 comminata al gestore della struttura ricettiva se l’ospite non intende versare l’imposta di soggiorno.

 

Con sentenza n. 653/2012, il Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto, pur riconoscendo la legittimità dell’imposta di soggiorno introdotta dal Comune di Padova volta a finanziare gli interventi in materia di turismo nonché per la manutenzione dei beni comunali, ha dichiarato l’illegittimità del Regolamento nella parte in cui è prevista la responsabilità amministrativa del gestore della struttura ricettiva in caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’ospite.

In sostanza il TAR del Veneto ritiene, correttamente, che il gestore della struttura ricettiva non può essere considerato dal Comune come soggetto passivo né tatomeno come sostituto d’imposta e, dunque, nel caso di mancato pagamento potrà essere sanzionato amministrativamente solo ed esclusivamente l’ospite “evasore”.  Difatti il gestore non riscuote il tributo per un interesse proprio, connesso a un possibile guadagno ricavabile dall`attività di riscossione,  ma opera soltanto come titolare della struttura senza poterne ricavare un beneficio economico. Dunque il regolamento sull’imposta di soggiorno deve essere interpretato nel senso che la sanzione per omesso versamento dell`imposta colpisce il “vero” soggetto passivo, cioè chi pernotta nell`albergo e non invece chi lo gestisce.

Per quanto invece riguarda gli ospiti che alloggiano in strutture ricettive per motivi di lavoro il Tribunale ha valutato legittima l’imposizione sull’assunto che il gettito “è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”, pertanto ne consegue, sempre a giudizio del Tribunale, che anche coloro che soggiornano in strutture ricettive per motivi di lavoro usufruiscono dei vantaggi connessi agli interventi finanziati con l’imposta “in quanto tali interventi non hanno ad oggetto il turismo in senso stretto, ma più in generale la fruizione della città.”

Da quanto sopra, riteniamo, che le conclusioni a cui è giunto il TAR Veneto, anche sulla scia di alcune precedenti pronunce da parte dei tribunali amministrativi regionali, si possano estendere a tutti i Comuni ove è stata introdotta l’imposta di soggiorno. In particolare possiamo concludere che nessuna responsabilità può essere attribuita al gestore della struttura ricettiva in caso di mancato pagamento dell’imposta da parte dell’ospite, difatti gli importi eventualmente dovuti ma non corrisposti dai fruitori dei servizi ricettivi dovranno essere recuperati dal Comune nei confronti dei soggetti passivi sulla base delle dichiarazioni che i gestori della struttura ricettiva trasmetteranno nei modi e nelle forme previste da ogni singolo regolamento comunale.

 

Riferimenti giurisprudenziali:

T.A.R. Toscana,  sentenza n. 1808/2011;

T.A.R. Veneto, sentenza n. 653/2012;

T.A.R. Puglia, sentenza n. 748/2012.

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TARIFFA RIFIUTI ALBERGHI

Riferimenti:

art. 68 del D.Lgs. n°507 del 1993;

art. 69 del D.Lgs. n°507 del 1993;

Comm. Trib. Prov. di Lecce, sent. nn°329/2/2013, 331/2/2013, 336/2/2013, 353/2/2013;

Comm. Trib. Reg. per la Puglia – sez. Staccata di Lecce, sent. n°170/22/2014.

 

Per comprendere meglio la disputa che vede impegnati molti gestori di attività ricettive avverso le  amministrazioni locali che, in contrasto alla normativa statale ed europea, applicano alle strutture ricettive delle tariffe che non tengono per nulla conto della reale capacità produttiva di rifiuti delle camere destinate all’ospitalità ricettiva, dobbiamo necessariamente partire dal dato normativo per poi soffermarci sulla recente giurisprudenza e, infine, trarne le debite considerazioni.

 Orbene, l’art. 68 del D.Lgs. n°507 del 1993 stabilisce che i Comuni, per l’applicazione della tariffa rifiuti, devono adottare apposito regolamento contenente la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie di locali e aree con omogenee potenzialità di rifiuti tassabili con la stessa misura tariffaria. Con il comma 2 del suddetto articolo, il legislatore ha voluto intendere che l’articolazione delle categorie e delle eventuali sottocategorie è effettuata, ai fini della determinazione comparativa delle tariffe, tenendo conto di alcuni gruppi di attività o di utilizzazione, specificando alla lettera c, che sono compresi in una unica categoria i locali e aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri.

L’art. 69 del citato D.Lgs. n°507 del 1993 dispone, inoltre, che i Comuni devono deliberare in base alla classificazione e ai criteri di graduatorie contenuti nel regolamento, le tariffe per unità di superficie dei locali ed aree compresi nelle singole categorie o sottocategorie da applicarsi nell’anno successivo. La deliberazione, deve indicare le ragioni dei rapporti stabiliti tra le tariffe, i dati consuntivi e previsionali relativi ai costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica, nonché i dati e le circostanze che ne hanno determinato l’aumento per la copertura minima obbligatoria del costo.

Dal quadro normativo di cui sopra emerge con solare evidenza che i singoli Comuni nel regolamento applicativo della tariffa rifiuti devono obbligatoriamente indicare le ragioni di fatto e l’iter logico giuridico che li ha indotti a individuare delle tariffe differenti per le aree con omogenea potenzialità di produrre rifiuti. Ciò però, lo sappiamo bene, viene solitamente disatteso dalle amministrazioni locali che in sede regolamentare omettono di indicare le ragioni dei rapporti stabiliti tra le tariffe e i dati relativi ai costi del servizio.

Proprio in virtù di detta condotta omissiva che la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce con le  sentenze nn° 329/2/2013, 331/2/2013, 336/2/2013, 353/2/2013 ha dichiarato l’illegittimità della tariffa rifiuti applicata agli alberghi e campeggi  ritenendo irragionevole “che un nucleo familiare in vacanza produca maggiori rifiuti di quelli prodotti ordinariamente nella propria abitazione, a differenza delle altre superfici aperte al pubblico alle quali hanno libero accesso numerose persone e quindi hanno una potenzialità di creare maggiori rifiuti”.

La Commissione, prosegue richiamando alcune importanti pronunce della stessa Commissione Provinciale di Lecce (sentenze nn°612 – 614/09/08 del 18.11.2008, 629/02/10 del 03.11.2010, 294 – 295 /02/11 del 10.5.2011; 536/02/11 del 12.07.2011), in cui i giudici hanno ritenuto nel caso di attività alberghiere e/o altre strutture ricettive, sussistere al loro interno aree aventi una diversa potenzialità produttiva di rifiuti: maggiore per le aree destinate a ristorazione, sale da ballo e superfici comuni aperte al pubblico, minore per le aree destinate alle unità abitative.

Tale orientamento  è stato di recente confermato anche dalla Commissione Tributaria Regionale per la Puglia – sez. Staccata di Lecce – con le sentenze nn° 71, 72 e 73 del 04.06.2012 e dalla più recente sentenza n°170/22/2014.

Detto ultimo profilo, analizzato con attenzione dalle Commissioni di merito, sembra invece sia stato totalmente trascurato da alcune recenti pronunce della Corte di Cassazione (si veda la sentenza n°12859/2012) e, in ultimo ,dal TAR della Toscana (sentenza n° 627/2014), che  rifugiandosi sul dato della “comune esperienza” ritengono la legittimità di una tassazione più elevata per le attività ricettive a causa della maggiore produttività di rifiuti di un albergo rispetto a una civile abitazione.

Difatti, dette pronunce hanno un unico comune denominatore: non fanno alcuna distinzione ai fini della tariffa rifiuti, tra esercizi con servizio di ristorazione e quelli privi di tale servizio e non si pongono neppure il problema di una reale distinzione delle aree utilizzate per il solo pernottamento da quelle, invece, riservate alla consumazione dei pasti.

 In altri termini, se può considerarsi giustificato (ma non lo è, come diremo in seguito) un regime di tassazione più elevato per le attività ricettive con servizio di ristorazione, in considerazione del fatto che l’esercizio di un’attività di questo tipo, che può essere svolta anche a persone che non pernottano può determinare una produzione quantitativamente e qualitativamente significativa di rifiuti, altrettanto non può dirsi per tutte le attività prive del servizio di ristorazione.

Non si comprende, infatti, perché un albergo che non eroga servizi di ristorazione e che, quindi, manifesta una capacità di produrre rifiuti pari o, addirittura, inferiore a quella delle abitazioni private (assenza di rifiuti organici), debba essere assoggettato a un regime di tassazione di gran lunga più elevato (a volte più del triplo!) rispetto a quello previsto per le abitazioni private.

Ma vi è di più: nelle strutture ricettive (alberghiere ed extralberghiere) che garantiscono anche un servizio di ristorazione è ragionevole che la tariffa rifiuti debba essere applicata differenziando le aree che per loro natura sono suscettibili di produrre rifiuti in misura pari a quelle delle civili abitazioni (camere, corridoi, disimpegni, ripostigli, balconi e terrazze ecc.), applicando per queste aree la tariffa più mite prevista per le abitazioni, dalle aree invece destinate a produrre maggiori rifiuti (ristorante, bar, sala colazione, cucina ecc.).

E’, dunque proprio sulla diversificazione delle aree a seconda della loro destinazione che si pone il problema circa la legittimità della tariffa concretamente applicata.

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TARIFFA RIFIUTI STABILIMENTI BALNEARI

Commissione Tributaria di Caltanissetta sentenza n°358/3/2013

E’ irragionevole e, dunque, illegittima la pretesa del Comune di tassare per l’intero anno solare anche l’area scoperta destinata ad arenile di uno stabilimento balneare. Ciò perché dal giorno 1 ottobre al 31 aprile dell’anno successivo (153 giorni) tale area non è in grado di produrre rifiuti. Pertanto, ai sensi dell’art. 77 del D.lgs. 507/1993, qualora gli utenti occupano o detengono temporaneamente (uso inferiore a 183 giorni durante l’anno), con o senza autorizzazione, locali o aree pubbliche, di uso pubblico aree gravate da servitù di passaggio, il Comune deve istituire una tariffa a base giornaliera e assoggettare l’area destinata ad arenile a detta tariffa per il solo periodo (1 maggio- 30 settembre) in cui è potenzialmente in grado di produrre rifiuti. Questo, in estrema sintesi, è il principio adottato dalla Commissione Tributaria Provinciale di Caltanissetta con sentenza n° 358/3/2013 del 27/6/2013, accogliendo parzialmente il ricorso avverso un avviso di accertamento notificato al gestore di uno stabilimento balneare.

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ESENZIONE ICI CASE PER FERIE

 

 

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Riferimenti:

Art. 7, comma 1, lett. i), D.Lgs. n. 504 del 1992;

Commissione Tributaria Regionale di Roma, sentenza n°1267/4/2014;

Commissione Tributaria Regionale di Roma, sentenza n°287/22/2010.

 

Ha diritto all’esenzione ICI di cui all’art. 7, comma 1, lett. i), D.Lgs. n. 504 del 1992, l’ente ecclesiastico che adibisce un proprio immobile in parte a sede della comunità religiosa e in parte a casa per ferie con ospitalità rivolta a studenti fuori sede. Questa è la conclusione a cui è giunta recentemente la Commissione Tributaria Regionale del Lazio con la sentenza n° 1267/4/2014.

In particolare, la Commissione Tributaria d’appello, confermando la pronuncia di primo grado, ha dichiarato l’illegittimità di alcuni avvisi di accertamento ICI notificati a un ente ecclesiastico poiché quest’ultimo aveva dimostrato in sede giudiziaria che la casa per ferie, gestita dall’ente nell’immobile oggetto di accertamento, non era rivolta a un pubblico indeterminato ma solo ed esclusivamente per l’accoglienza di studenti universitari lontani dalle proprie residenze e per la sola durata dell’attività didattica, con conseguente esclusione del periodo estivo. In tal caso, sempre secondo i giudici tributari, può legittimamente ritenersi che l’opera d’accoglienza, gestita al di fuori dei normali canali commerciali, risponda precipuamente a finalità sociali e religiose.

Oltre la tipologia di utenti, l’adita Commissione prendeva in considerazione la retta giornaliera applicata agli studenti da parte dell’ente. Quest’ultima, difatti, dalle risultanze processuali risultava notevolmente inferiore ai comuni prezzi del mercato alberghiero, per cui si poteva dedurne l’assenza di un interesse speculativo. La mancanza di un lucro soggettivo emergeva, inoltre, dalla dichiarazione dei redditi prodotta in giudizio dall’ente ecclesiastico che permetteva ai giudici di giungere alla seguente conclusione: “Se è vero che i ricavi conseguiti nelle quattro annualità sono di una certa entità, come rilevato dal Comune di Roma, va peraltro considerato che i redditi effettivamente conseguiti (vedi i quadri RG prodotti dall’appellata) sono veramente modesti”.

Sul punto, occorre precisare, che i comuni spesso nel contestare l’assenza dello scopo di lucro, eccepiscono l’entità del volume d’affari prodotto dall’ente ecclesiastico negli anni oggetto di accertamento, che in molteplici casi risulta positivo, tanto da far ritenere che l’attività sia esercitata al fine di trarne dei profitti.

In verità, sebbene l’eccezione della P.A. appaia suggestiva, da un più attento esame della documentazione fiscale prodotta in giudizio potrebbe emergere una realtà totalmente differente: spesso accanto a un volume d’affari positivo si rinviene una notevole perdita economica che deve senz’altro essere esaminata dalla Commissione Tributaria. Al riguardo, anche se in materia tanto altro si potrebbe aggiungere, interessante è la sentenza n°287/22/2010, sempre  della Commissione Tributaria Regionale di Roma che riconoscendo l’esenzione di cui all’art.7, comma lett. i) del D.Lgs n°504/1992, ha voluto precisare che “ il volume di affari cui fa riferimento la difesa del Comune di Roma, riguarda l’intera attività esercitata dalla Co. Per quanto concerne il volume di affari della “Casa per ferie al (…)”, lo stesso si riduce ad Euro 262.647,28 e nell’anno in contestazione, l’esercizio chiuso al 31.12.2001 ha evidenziato un risultato negativo pari ad Euro 70.014,42 (v. doc. 3 produzioni)”.   

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