RETTIFICA RENDITA CATASTALE

Provvedimento di rigetto/rettifica della classe, categoria e rendita catastale proposta mediante procedura DOCFA.

PRESCRIZIONE DEI TRIBUTI ERARIALI

 

 

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Riferimenti:

art. 2953 c.c.;

art. 2946 c.c.;

art. 2948 c.c.

Comm. Trib. Prov. di Reggio Calabria, sentenza n° 2634/2014;

Comm. Trib. Prov. di Messina, sentenza n°512/13/2013;

Corte di Cass. sent. n°285/1968.

Una delle questioni che spesso ci troviamo ad affrontare è quella relativa alla prescrizione dei tributi erariali. In particolare, ci si chiede se il termine di prescrizione del tributo da considerare, a seguito della notifica di una cartella di pagamento che non sia stata oggetto di opposizione, sia quello quinquennale ovvero quello ordinario di dieci anni.

Difatti, capita spesso che il contribuente riceva da parte di Equitalia un avviso di pagamento con riferimento a una precedente cartella di pagamento che, per varie ragioni, non è stata opposta in sede giudiziaria e debba, dunque, valutare l’opportunità o meno di eccepire l’intervenuta prescrizione.

Ebbene, la mia opinione è quella di considerare anche per i tributi erariali la prescrizione quinquennale, con decorrenza dalla notifica della cartella esattoriale, sebbene in materia non vi sia uniformità di giudizi sia perché alcuni giudici tributari sostengono l’assoggettabilità anche della cartella di pagamento, come una qualsiasi sentenza di condanna passata in giudicato, al termine ordinario decennale di cui all’art. 2953 c.c. sia perché i tributi erariali, sempre a parere di alcuni giudici di merito, soggiacciono al termine decennale di cui all’art. 2946 c.c., non essendo prevista per quest’ultimi una norma ad hoc che disciplini la prescrizione più breve.

Inutile dire che lo scrivente non condivide tale ultima lettura data da alcune commissioni di merito sugli artt. 2953 e 2946 c.c..

Procediamo con ordine.

Sull’art. 2953 c.c..

Secondo molte Commissioni Tributarie la prescrizione dei crediti, di qualsivoglia natura, a seguito della notifica di una cartella di pagamento non impugnata nei termini di legge è soggetta, non diversamente da una sentenza di condanna passata in giudicato, alla prescrizione decennale che decorre dalla data di notifica.

Detta ricostruzione non appare per nulla convincente poiché la cartella esattoriale non può in alcun modo essere accostata a un titolo giudiziale avendo la prima, piuttosto, natura di atto amministrativo che cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto e dunque del tutto priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Pertanto, il termine prescrizionale deve essere quello del credito a cui si riferisce la cartella.

Detto principio, è bene ricordarlo, era stato già enunciato a fine anni 60 dalla Corte di Cassazione che appunto con la sentenza n°285/1968 era intervenuta in materia sostenendo, a ragione, che la norma dell’art. 2953 c.c. non può essere applicata per analogia oltre i casi in essa stabiliti e cioè solo ed esclusivamente qualora il credito sia divenuto definitivo a seguito di sentenza passata in giudicato. Ora, nonostante detta pronuncia può considerarsi un po’ datata, si deve tenere presente che detto principio non è mai stato superato da altre pronunce di legittimità.

Interessante in materia è la recentissima pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Calabria che con la sentenza n° 2634/2014, ha stabilito che “la decorrenza del termine per l’opposizione, infatti, pur determinando la decadenza dall’impugnazione, non produce effetti di ordine processuale ma solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito (qualunque ne sia la fonte, di diritto pubblico o di diritto privato), con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 c.c. ai fini della prescrizione decennale (analogamente Cass. 12263/07). E’, quindi, solo con la sentenza di condanna passata in giudicato che il diritto alla riscossione di un’imposta, conseguente ad avviso di liquidazione divenuto definitivo, non è più assoggettato ai termini di decadenza e prescrizione i quali, com’è noto, scandiscono i tempi dell’azione amministrativo-tributaria, ma al termine di prescrizione generale previsto dall’art. 2953 cod. civ.; in questo caso il titolo sulla base del quale viene intrapresa la riscossione non è più l’atto amministrativo, ma la sentenza (Sez. 5, Sentenza n. 5837 del 11/03/2011, Rv. 617262). Non vi sono ragioni per discostarsi da tale condivisibile giurisprudenza e, quindi, si deve escludere che la cartella di pagamento non opposta sia suscettibile di acquistare efficacia di giudicato, con conseguente applicazione della prescrizione decennale ex art. 2953 c.c..”

Dunque, possiamo affermare che solo con una sentenza di condanna passata in giudicato il diritto alla riscossione dell’imposta è soggetto al termine prescrizionale decennale di cui all’art. 2953 c.c., negli altri casi e, in particolare nell’ipotesi di notifica di una cartella di pagamento, detta norma non può trovare applicazione.

Sull’art. 2946 c.c..

Superato questo primo ostacolo, non dobbiamo trascurare un altro aspetto legato alla vicenda della prescrizione del tributo erariale che potrebbe crearci non pochi problemi in giudizio. La questione riguarda il corretto inquadramento del termine prescrizionale delle imposte erariali (IRPEF, IVA, IRES ecc..). In sostanza, la domanda è se per dette imposte sia applicabile il termine breve prescrizionale di cinque anni oppure siano comunque suscettibili al termine decennale di cui all’art. 2946 c.c., non essendo prevista una norma che disponga sulla prescrizione di dette imposte. Difatti l’art. 2946 c.c., tanto caro a molti giudici tributari, recita “ Salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”.

Se, come dicevo, le Commissioni Tributarie sono solite appiattirsi sul dettato normativo di cui all’art. 2946 c.c., una più attenta disamina della questione potrebbe portare a risultati diametralmente opposti e, certamente, più favorevoli per il contribuente. Difatti, la risposta è contenuta all’art. 2948, n.4 c.c. che prevede la prescrizione quinquennale per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anni o in termini più brevi.

Sul punto la già menzionata pronuncia della Commissione Tributaria Prov. di Reggio Calabria arriva alla condivisibile conclusione che “Nelle due principali imposte erariali (imposte dirette ed IVA) il debito di imposta sorge, annualmente, a seguito della dichiarazione che ogni soggetto passivo deve effettuare appunto “annualmente”. Per le imposte dirette ai sensi dell’art. 1 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600: lo stesso articolo 7 del D.P.R. n. 917 del 1986 (anche nella novella posta dal D.Lgs. n. 344 del 2003) recita che l’imposta è dovuta per anni solari e, quindi, ogni anno. Ne discende che, sia pure in presenza dei relativi presupposti, l’imposta diretta deve essere pagata “periodicamente” a seguito di una generale previsione legislativa che stabilisce regole valide e efficaci per ogni anno futuro. (C.T.P. Milano 20.11.2004 n. 207). Lo stesso dicasi per la dichiarazione annuale relativa all’I.V.A. (imposta della presente fattispecie) in cui il presupposto del tributo nasce anche trimestralmente ma la dichiarazione è unica: quindi perfettamente rientrante nella disposizione codicistica di cui all’art. 2948 n. 4 c.c..”

Dello stesso avviso è la Commissione Tributaria Provinciale di Messina che con la sentenza n°512/13/2013 ha annullato un ‘intimazione di pagamento relativa a IRPEF, IRAP e IVA notificata oltre il termine quinquennale applicando l’art. 2948 n°4 c.c., aggiungendo inoltre che “Appare, infatti, assolutamente incongruo e irragionevole ammettere un termine prescrizionale “ad accertamento intervenuto” notevolmente più lungo rispetto ai termini decadenziali più brevi previsti (addirittura inferiori ai cinque anni) per la complessa attività accertativa da parte dell’Amministrazione finanziaria. E ciò ove più si consideri che le disposizioni relative alla decadenza dall’azione amministrativa, se è vero che costituiscono un “limite” e, quindi, una certezza anche per il contribuente in ordine al periodo di accertamento, sono poste prevalentemente a favore di quest’ultima, in quanto dilatano (notevolmente) i tempi di controllo dell’operato del contribuente, che, ragionevolmente, dovrebbero coincidere con quelli della sua dichiarazione.”

Dal quadro normativo in esame e dalla recente giurisprudenza di merito si possono trarre alcune preziosissime conclusioni:

1) è sempre possibile far valere la prescrizione del tributo recato da una cartella di pagamento non oggetto di impugnazione, opponendosi al successivo avviso di pagamento notificato al contribuente;

2) la cartella di pagamento non può essere assimilata a una sentenza di condanna passata in giudicato e pertanto non può applicarsi al credito ivi contenuto la prescrizione decennale;

3) le imposte dirette e I.V.A. non scontano la prescrizione decennale poiché trattasi di imposte che devono essere assolte periodicamente e pertanto rientrano nell’ambito di cui all’art. 2948, n°4 c.c..

Attenzione:

In materia, come più volte detto, non vi è unicità di orientamento pertanto l’esito di un eventuale giudizio, allo stato attuale, risulta tutt’altro che scontato. A ogni buon conto è sempre importante eccepire in via subordinata la prescrizione delle sanzioni amministrative, poiché anche qualora il giudicante ritenesse di non accogliere le doglianze sulla prescrizione breve dovrà comunque rideterminare gli importi recati nell’avviso di pagamento in quanto le sanzioni amministrative si prescrivono sempre e comunque in cinque anni!

SUL PUNTO SI SEGNALANO ANCHE:

Corte di Appello di Lecce, sentenza n°668/2014;

Commissione Trib. Prov. di Ferrara, sentenza n° 256/5/2013;

Tribunale di Brindisi, Sez. Lav., sentenza n°509/2014.

Avv. Alessandro Sgrò

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ISCRIZIONE D’IPOTECA NULLA SENZA IL PREAVVISO

E’ illegittima un’iscrizione di ipoteca se non è preceduta da un preavviso di iscrizione!

CORTE DI CASSAZIONE: NULLO L’AVVISO DI ACCERTAMENTO SENZA PROVA DELLA DELEGA.

 

Riferimenti:

– art. 42 del D.P.R. n°600/1973;

– Corte di Cassazione, ordinanza n°12960/2017;

– Corte di Cassazione, sentenza n°22803/2015.

 

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n°12960/2017 è tornata ad affrontare il tema della sottoscrizione degli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate. Ebbene, come già argomentato in un mio precedente articolo, qualora la sottoscrizione dell’atto impositivo non è quella del capo ufficio  titolare ma del “capo team” incombe sull’Amministrazione dimostrare in giudizio, in caso di contestazione, il corretto esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare dell’ufficio. Difatti, solo il possesso della qualifica non abilita il direttore tributario alla sottoscrizione, dovendo il potere di organizzazione essere in concreto riferibile al capo dell’Ufficio.

Cosa deve produrre in giudizio l’Agenzia delle Entrate?

Qualora l’avviso di accertamento è stato sottoscritto da un “capo team”, la Cassazione già con la pronuncia n°22803/2015 ha precisato che  la delega di firma o di funzioni di cui all’art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 deve indicare il nominativo del soggetto delegato, pena la sua nullità, che determina, a sua volta, quella dell’atto impositivo, sicché non può consistere in un ordine di servizio in bianco, che si limiti ad indicare la sola qualifica del delegato senza consentire al contribuente di verificare agevolmente la ricorrenza dei poteri in capo al sottoscrittore.

Principio quest’ultimo, come dicevo, affermato dalla recentissima ordinanza n°12960/2017, che confermando la pronuncia della CTR del Lazio n°1039/2/2016, ha ritenuto illegittimo un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle Entrate poiché in giudizio non era stata fornita la prova che il soggetto sottoscrittore fosse stato delegato dal Direttore Provinciale. In sostanza, occorre una delega “nominativa , perché solo in tal modo si radica il rapporto di fiducia tra delegante e delegato, a nulla vale invece un ordine di servizio  senza l’indicazione specifica del soggetto delegato.

Avv. Alessandro Sgrò

 

AVVISI BONARI FABBRICATI URBANI

 

 

L’Agenzia delle Entrate prosegue l’attività di accertamento dei fabbricati rurali che risultano censiti ancora al Catasto Terreni, avviando una campagna di sensibilizzazione per permettere agli intestatari catastali di questi immobili di regolarizzare la propria posizione.

 

 In arrivo gli avvisi bonari del Fisco per i proprietari dei fabbricati rurali non ancora dichiarati al Catasto Edilizio Urbano.

Scarica  il comunicato stampa del 24 maggio 2017 dell’Agenzia delle Entrate.

 

HAI ROTTAMATO UNA CARTELLA E NON PUOI VERSARE LE RATE?

articolo utile per chi ha chiesto la rottamazione ma non ha la possibilità economica di adempiere al pagamento.

COMUNICAZIONE DI IRREGOLARITA’: ATTO IMPUGNABILE

 

La comunicazione di irregolarità ex art. 36 ter del D.P.R. 600/1973.

Riferimenti:

– art. 36 ter del D.P.R. n°600/1973;

– Corte di Cassazione, sentenza n°1505/2017.

 

E’ un atto impugnabile innanzi alle Commissioni Tributarie la comunicazione d’irregolarità di cui all’art. 36 ter del D.P.R. n°600/1973 ?

 

La risposta è senza dubbio affermativa.

 

Difatti la Corte di Cassazione con la sentenza n°1505/2017 ha stabilito che in ragione dei principi costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della P.A., ogni atto adottato dall’ente impositore che porti a conoscenza del contribuente una specifica pretesa tributaria, con esplicitazione delle concrete ragioni fattuali e giuridiche, è impugnabile davanti al giudice tributario, senza necessità che si manifesti in forma autoritativa, sicché è immediatamente impugnabile anche l’avviso emesso a norma dell’art. 36 ter, comma 4, del d.P.R. n. 600 del 1973. (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 15957 del 28/07/2015).

 

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SOLO UN UFFICIO DI EQUITALIA TERRITORIALMENTE COMPETENTE PUO’ DISPORRE IL FERMO DEL VEICOLO.

 


Riferimenti:

– Corte di Cassazione, sentenza n°8049/2017;

– D.P.R. n. 602 del 1973 art. 12.

– D.P.R. n. 602 del 1973 art. 24.

 

Tra le diverse ipotesi d’illegittimità del preavviso di fermo amministrativo che ho trattato in alcuni articoli pubblicati sul mio sito nella categoria “Equitalia”, occorre annoverare anche quella concernente l’incompetenza dell’Ufficio territoriale di Equitalia ad emettere il provvedimento cautelare.

In sostanza, secondo la recentissima sentenza n°8049/2017 della Corte di Cassazione, l’Ufficio territoriale di Equitalia competente ad emettere un provvedimento di fermo amministrativo è solo ed esclusivamente quello in cui ha la residenza o il domicilio fiscale il contribuente (nel caso trattato dal giudice di legittimità il provvedimento di fermo del veicolo era stato emesso illegittimamente dal Concessionario di Avellino, anziché da quello di Caserta ove la contribuente aveva il proprio domicilio fiscale).

Il sotteso principio di diritto è chiaro e condivisibile: ogni atto impositivo deve essere emesso dall’organo territorialmente competente.

Ciò deve avvenire anche in forza del combinato disposto degli artt. 12 e 24 del D.P.R. n. 602 del 1973, poiché l’Ufficio accertatore “forma ruoli distinti per ciascuno degli ambiti territoriali in cui i concessionari operano”, consegnandoli al “concessionario dell’ambito territoriale cui esso si riferisce”.

Del resto il predetto principio vige anche per quanto concerne gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate. Difatti, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità e di merito, solo l’Ufficio territoriale ove il contribuente ha la propria residenza o domicilio fiscale può procedere alla notifica di un avviso di accertamento esecutivo. Difatti quest’ultimo è l’unico Ufficio a conoscenza della reale situazione economica, finanziaria e patrimoniale del contribuente ed è, quindi, nelle migliori condizioni per svolgere la raccolta d’informazioni in modo da giungere a un’imposizione maggiormente aderente all’effettiva capacità contributiva del soggetto (Cass. sent. n°2998/1987; Comm. Trib. Prov. di Milano, sentenza n°149/46/2009).